La stagione dell’osmanto

Siamo simili a insetti bramosi di nettare. Ma quali insetti di preciso? Senza farfalle e falene chi rimane a far festa intorno ai fiori?

La natura cambia d’abito senza dare nell’occhio. Alla fine dell’estate, uno strano vigore pervade le piante che appaiono verdi e floride come non mai, ma all’ombra di questa magnificenza la prima foglia ingiallisce lontano dagli sguardi. Poi un bel giorno, mentre passeggi ancora senza giacca, senti nell’aria un delizioso odore di confettura di albicocche.
Vai a vedere, e sono loro, i piccoli fiori di osmanto disposti a grappolo tra le foglie di una siepe.
Capisci d’un colpo di essere al capolinea dell’estate. Tutto è cambiato senza preavviso, e ora
quella calda dolcezza di crostata ti consola per l’arrivo dell’autunno.
Il profumo dei fiori d’osmanto poco a poco svela i suoi contrasti e la sua affinità con l’odore del
tabacco e del cuoio.


Diventa la tua ossessione fino a novembre inoltrato. Passi, annusi, socchiudi gli occhi e ti porti
via quella sensazione che tieni dentro, come fosse un privilegio esclusivo. In realtà molte altre
persone vivono lo stesso rapimento. Vicino alle siepi una donna raccoglie i fiorellini nel palmo
della mano. Le mamme li mostrano ai bambini. Qualche anziano li accarezza e sorride.
Siamo simili a insetti bramosi di nettare.

Ma quali insetti di preciso?

Ci aspetteremmo di trovarci in compagnia di sciami di farfalle, coleotteri e api. Invece, sarà
per via della stagione, c’è poco affollamento intorno all’osmanto.


In natura il profumo è un vero e proprio linguaggio e la semiochimica si occupa di decifrarlo. Sappiamo così che proprio il gamma decalattone, la molecola che dona all’osmanto il suo tanto osannato profumo di albicocca, agisce da repellente per tutta la categoria dei lepidotteri. Non solo li tiene lontani, ma addirittura inibisce il riflesso che li induce a distendere la proboscide per pescare il nettare. Questa sostanza è anche l’ingrediente di alcuni prodotti anti-insetto che troviamo in commercio. Ma allora, senza farfalle e falene, chi rimane a far festa intorno all’osmanto?

I suoi impollinatori preferiti sono i sirfidi, una famiglia molto allargata di insetti volanti dalla sgargiante livrea a strisce gialle. Noti predatori di afidi, i sirfidi devono aver stretto un accordo commerciale con l’osmanto del tipo: noi ti ripuliamo dai parassiti e tu ci assicuri il nettare. Per garantire l’esclusiva agli alleati, l’osmanto ha quindi messo a punto la fragranza perfetta, capace di respingere altri pretendenti. Se oggi abbiamo diverse informazioni sull’osmanto e i suoi impollinatori, è grazie al fatto che attorno a questa pianta ruotano degli interessi commerciali.

In Cina è coltivata soprattutto nelle provincie di Hubei e Jiangsu ma è anche molto presente in altre zone del Paese. Le città di Suzhou, Xianing, Hangzhou, Guiling (che prende il nome da questa pianta) e Guiyang si fregiano di essere le “capitali dell’osmanto” che è simbolo delle tradizioni e dell’identità locale. I suoi fiori sono usati per aromatizzare vini, mieli, liquori, tisane, per preparare fragranze, medicinali, e persino un tipo di zucchero profumato. Una leggenda cinese narra di un grande albero di osmanto che cresce sulla Luna, dove un gigante di nome Wu Gang tutti i giorni tenta di abbatterlo con la sua ascia. Ogni volta che crede di esserci riuscito, l’osmanto ricresce sotto i suoi occhi. Dalla Terra è persino possibile vedere l’ombra del gigante che si muove sulla superficie della Luna.

Questo racconto ci parla delle fasi lunari e ha una particolare relazione con la festa del raccolto che si celebra durante la luna piena d’autunno. È allora che i fiori di osmanto
vengono staccati e usati per profumare gli infusi. È straordinaria la parentela tra la loro fragranza e quella delle foglie del tè.

Entrambe derivano da una serie di metaboliti dei carotenoidi tra cui il β-ionone, la molecola che
profuma di violetta. Jean-Claude Ellena utilizzò proprio questa sostanza, insieme all’Hedione,
per creare la sua Eau Parfumée au Thé Vert per Bulgari, con cui ha introdotto, per la prima volta, la nota tè in profumeria. Un’altra molecola odorosa che l’osmanto ha in comune con le foglie della Camellia sinensis (la pianta del tè) è il Theaspirane, anch’essa utilizzata nella produzione di fragranze. L’affinità tra l’osmanto e il tè è anche nelle proprietà antiossidanti, come spiega Luca Abeti membro dell’associazione SlowCha e autore per la rivista Foglie di Tè. La tradizione di profumare il tè con i fiori risale all’epoca Ming (1368 – 1644), quando la pratica di mettere in infusione le foglie di camelia cominciò a soppiantare l’uso del tè in polvere, che sopravvive ancora oggi in Giappone.

Questa evoluzione porta con sé l’idea di aggiungere i fiori alle infusioni e quindi di aromatizzare le stesse foglie di tè con le delicate fragranze floreali. Nell’epoca Ming la cultura cinese inizia a
nutrire una passione smodata per i fiori, così gelsomino, crisantemo, osmanto, peonia, magnolia, iris diventano i protagonisti dell’arte decorativa. E non si limitano a essere raffigurati su vasi e tazze in fine porcellana, ma entrano anche come ingrediente di molte pietanze.

Nei ricettari che deliziano i palati più esigenti durante le dinastie Ming e Qing (1644 – 1911),
si trovano peonie, fiori di loto e osmanti canditi. Yuan Mei, un cuoco vissuto nel XVIII secolo, era solito aggiungere alla cottura del riso la rugiada raccolta sui fiori di primo mattino. Esigeva però che la si prelevasse nei campi aperti, e non nei giardini, perché avesse una fragranza più delicata. Tra le tante raffinatezze dell’ epoca, ecco apparire anche il tè dai vibranti sentori di osmanto.

Ma come si aromatizzava questa bevanda?

Luca Abeti racconta che la preparazione sfrutta la grande capacità di assorbire aromi tipica delle foglie di tè. Il metodo tradizionale prevede che le foglie vengano mescolate ai fiori di osmanto in modo che pian piano si imbevano di essenza.
Vengano quindi usate in infusione nell’acqua calda secondo il rituale cinese. Questa procedura vale per ogni tipo di tè che si desideri profumare: bianco, verde, oolong o nero. L’aroma del tè all’osmanto è molto piacevole e al tempo stesso complesso, perché le note lattoniche di albicocca matura sono contrastate da spiccati accenti di tabacco e cuoio.

La sostanza che contribuisce a creare questa sfaccettatura, più calda e animalica, è il Tabanone, presente sia nell’osmanto che nel tabacco, in particolare il tipo Burley. Attualmente questa molecola è molto usata nella produzione di aromi per le sigarette elettroniche.

I creatori di fragranze hanno oggi tutti gli strumenti indispensabili per ricreare il complesso profilo olfattivo dell’osmanto e possiamo trovare in profumeria molte interpretazioni interessanti. Il primo ad apprezzare questa nota fu Jean Kerleo che la utilizzò, insieme ad altri pregiatissimi fiori, in 1000 (Mille) il profumo creato nel 1972 per Jean Patou e rilanciato sul mercato nel 2000.
Per assicurare continuità nella produzione di una fragranza tanto costosa, Patou decise
di acquistare alcuni campi di osmanto nella Repubblica Popolare Cinese. Solo uno stilista follemente innamorato dei profumi come Jean Patou e deciso a farne un veicolo di prestigio, più che di guadagno, poteva osare tanto!

L’osmanto è un ingrediente di grande carattere e pregio che difficilmente viene usato come nota di contorno, più spesso gioca un ruolo di primo piano nella composizione di fragranze.

Durante gli incontri di Training Olfattivo che conduco, le persone hanno descritto l’assoluta di osmanto come fiorita e fruttata insieme, sciropposa, golosa, ma anche cuoiata, terrosa, affumicata e liquorosa come un brandy. Tra le immagini emerse, quello delle caramelle rimaste un po’ troppo tempo nella borsetta in pelle della nonna.
A me, evoca invece l’odore della fontanella sulla fronte di mia figlia, nata nel mese in cui i fiori di osmanto iniziano a sbocciare.